sopra e sotto

Stamattina il cielo è verde.

Non so se voi lo vedete, in ogni caso la mia non è una metafora.
Mi sono svegliato con una strana sensazione addosso; mi sono alzato, affacciato alla finestra e non ho potuto fare a meno di notarlo. Presuppongo che la sensazione e il colore siano connessi ma, non trovando granché logico il tutto, preferisco interrogarmi su altro.
Cosa potrei (dovrei) farci con un cielo verde?

Il verde è il colore dei soldi (ci sarebbe da puntualizzare ma ne faccio a meno), delle fate e delle streghe, dell’invidia, della giovinezza, della natura e degli abbraccialberi (non vi offendete, sono dei vostri), del desiderio, della speranza, del decadimento e della prosperità. Un colore integro e coerente, proprio come piace a me.
Lui me l’ha detto più volte che non ama essere etichettato ma a noi mortali piace un sacco, invece. Appiccicare e consultare etichette è una pratica che ci appartiene troppo per privarcene.

Sono rimasto a guardare un po’ la scena e a osservare le variazioni di quel colore, dall’orizzonte verso l’alto, fino al mio personalissimo zenit (dietro non ho guardato).

Il verde più lontano da me è scuro, un poco spento eppure vivo, come le foglie di alloro nelle siepi di certe ville, che si opacizzano quando il pulviscolo s’alza dalla ghiaia. Lì ho appiccicato l’etichetta del “non mi sento pronto”.
Subito al di sopra, il colore si carica e vira verso lo smeraldo, schiarisce appena ma non perde nulla della sua incombenza; sembra più tagliente che brillante, a discapito della sua volontà; lo marco come “prepotente ma da ascoltare”.
Più guardo in alto più le sfumature aumentano e l’intensità varia in un modo che, ammettiamolo, è innaturale per un cielo, più del fatto stesso che sia verde. In prossimità delle nuvole il verde schiarisce, muove verso il turchese e sfiora il celeste; poi realizza quanto sarebbe ordinario e subito torna alle tonalità dei prati attorno ai castelli scozzesi; di lì si fa pallido come latte al pistacchio e riprende colore attorno al sole, dove si macula di foglie preautunnali bagnate e qualche inopportuno schizzo di bile.
Io sto lì e non mi basterebbe una fabbrica di Post-it per attaccare un senso a tutti quei verde: “slancio”, “riflessione”, “subito”, “ci vuole più spazio”, “ambizione”, “tè, anche al gelsomino”, “solo se insieme”, “domani, dài, domani”, “da rifare”, “calma”, “ritenta”, “vibra”, “brilla”, “pieno, pienissimo, ricolmo”, “quasi caldo”, “cresci”, “nasci”.

Guardo ancora quel cielo impecettato del senso che ha per me (in fondo, per chi altri dovrebbe averne?) e m’accorgo che la luce al di sotto non ha cambiato colore. I palazzi di Centocelle sono sempre giallo ocra e rosso vorreiesserpompeiano, beige, marrone e panna; qualcuno è verde ma non vale, lo era da prima, ché già aveva velleità di distinguersi.
La luce diffusa resta azzura e fresca come il vecchio cielo a cui m’ero abituato. L’asfalto resta asfalto, le macchine si metallizzano dei soliti toni. Anche le vetrine e le pozzanghere si ostinano a riflettere il celeste quotidiano.

E allora devo essere io che cerco di mettermi sotto a qualcosa d’altro; io che attacco un colore al cielo per incollarci sopra parole.
Ho idea che non potrò farci granché con quest’esperienza. Però è certo che la consapevolezza appena acquisita, lo sfogo avvenuto e le etichette dispensate, non cambiano il colore che vedo.

Sarà il caso che non mi ci abitui ma, oggi, me lo terrò così e vivrò la giornata sotto un cielo verde.

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