volpoideggiàppa

Qualche mese fa mi sono imbattuto in questo video e, all’inizio, m’è venuto di tenerlo per me.

Ci sono stimoli che, non importa per quale organo sensoriale passino, quando t’entrano dentro iniziano a viaggiare sottopelle, a insinuarsi fra i muscoli, e finiscono per depositarsi in qualche luogo inaspettato del tuo essere; il più delle volte si tratta di una cavità calda e umida. Da lì, ogni riflesso di quegli stimoli tende a propagarsi attorno (onde lunghe, lente, costanti) e a prendere il sapore dell’intimità.
In virtù di questa sensazione, quelle immagini me le son tenute fino a oggi.

Poi certe bolle di quest’initimità scoppiano e vien voglia di condividere, ché il bello perde molto del suo senso se è privato.
Oggi è scoppiata la bolla di Supakitch e Koralie.

Quello che ne esce è un soffio di colori morbidissimi, un gomitolo di linee da non seguire col dito, e l’immagine che da qualche parte nella mia testa ho registrato come lacoppiaperfetta.
Insomma diciamocelo, quanto so’ bbelli? Supakitch e Koralie che lavorano insieme, il volpoide piumato e la giappa che non si tengono per mano ma quasi, la nonsimmetria di code e svolazzi e tutto quello che ci orbita attorno. Quanto di più diverso, fatto per stare bene insieme, senza zuccheri aggiunti.

Un giorno incontrerò anche Elroy, che ha confezionato il video col fiocco, e lo ringrazierò tanto.

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trenemmercàto

Chiunque è autorizzato a non leggere di seguito e dàjedetuttoschermo.

Ad ogni modo il treno che passa in mezzo al mercato, due pensieri te li versa in testa.
Ecco perché vorrei presentarvi Terje Sorgjerd anche se non lo conosco.

Fotografo norvegese, paesaggista, canonista, Terje ha catturato un po’ di luce e di movimento in giro per il mondo, se l’è portati a casa e l’ha condensati in una paginetta di chicche audiovisive, che a quelli come me fanno venire il caldo alla pancia.
Il calore di cui parlo nasce due dita sotto l’ombelico e si traduce in un desiderio insensato di fare tua quella visione, di lanciarci dentro gli occhi e viverla in prima persona. L’insensatezza, a sua volta, sta nell’amare e desiderare quei luoghi e quelle persone, rimanendo al di qua di uno schermo che ne sarebbe la negazione. Però Terje è bravo a consegnarti questa illusione e io lo ringrazio per questo.

Il treno e il mercato sono nati per raccontare storie. Figurarli individualmente o farli coincidere in un’unica immagine è tanto facile, quanto scomodo è fermarsi in mezzo ai due estremi; fra la separazione e la fusione, giustapporli soltanto; immaginarli talmente vicini da sfiorarsi letteralmente, da impregnare, spostare, respirare e far respirare la stessa aria.
E’ per questo che mi piace stare su quel treno, bermi quei colori di frutta saturati oltre il credibile e la luce che scazzotta improbabile con l’ombra. Mi piace seguire il viaggio, cambiare mercato senza soluzione di continuità, in barca, nello sbrilluccichìo viscido dei pesci, fra verdure, cappelli, carni, rughe e sorrisi.

Anche da questo lato dei cristalli liquidi, mi piace, mi piace e mi piace.

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di tanto in tanto

Capita che certe visite inattese, anche sgradite, finiscano per lasciarci molto più di quanto non potremmo o vorremmo aspettarci.

Il signor Freud lo sa che non amo le sue improvvisate, ché ha la pessima abitudine di installarsi sul divano e raccontarmi di sé, solo per imboccarmi repliche e osservazioni che muore dalla voglia di analizzare. Sa che mi innervosisce, che mi mette a disagio la consapevolezza di non essere io l’oggetto del suo interesse, che è la pratica dell’analisi in sé, a muovere la sua invadenza. Lo sa, eppure lo fa ugualmente.
Appena prima di suonare il campanello si scarabocchia in faccia quell’odioso, storto sorriso (che non gli appartiene e, ormai lo so, riserva solo ad occasioni del genere) e quando gli apro si proietta in salone, improvvisando una ridicola storiella che dovrebbe giustificare la sua venuta. Che le ragioni addotte siano poco credibili ci arrivate da soli; non penso che Sigmund passi così spesso per Centocelle, soprattutto negli ultimi anni.

Qualunque sia l’origine dei suoi impulsi e la misura della mia indisposizione, dicevo, non ha l’abitudine di frenare queste voglie di protosocialità, né manca mai di dare a vedere quanto la cosa lo diverta.
Oggi però era diverso. Quando ho aperto la porta, mi sono trovato davanti a un sorriso contrito e sincero al contempo. Ha persino aspettato un attimo sulla soglia, prima di entrare. Lenti i passi che l’hanno portato al divano, nessun aneddoto a introdurre la sua presenza.
Gli ho chiesto se non fosse successo qualcosa e ha risposto con vaghezza, senza nemmeno provare a suonare convincente. Non abbiamo mai avuto questo gran rapporto ma certe cose si leggono in volto; stavolta era venuto proprio per me e sembrava preoccupato. Abbiamo parlato, tanto.

Le parole si trascinavano faticosamente dal divano alla mia sedia, da una bocca all’altra, come una fila di formiche stanche. Ogni tanto si fermavano nel mezzo ma quella pausa pareva fiaccarle ancora di più, allora ripartivano.
Non saprei dire in cosa consistesse esattamente quella fatica ma non era tedio; somigliava piuttosto al lavoro di un contadino che semina, smuove, trasporta, suda, parla e combatte con la terra, per portarsi a letto la consapevolezza dei suoi sforzi e la speranza dei loro frutti.

Non vi annoierò con quello che ci siamo detti ma la sostanza è che per la prima volta c’era intesa. Ci capivamo davvero o almeno ne eravamo convinti, che poi forse è lo stesso.
Io mi sono scoperto ad ammettere quello che Sig (a volte mi scappa di chiamarlo così) mi aveva sempre detto, lui a confessarmi la consapevolezza di non essere un aiuto. E questo, lontano dall’essere un paradosso, m’ha aiutato.

Il formicolio della conversazione procedeva ma al centro di quello scambio erano gli occhi; i dubbi evaporavano quieti, le paure permanevano ma si facevano leggère, la volontà sbrigliava la certezza e accoglieva l’imprevedibilità. Persino le tensioni distoglievano lo sguardo dalla loro provenienza e lo volgevano alla destinazione.
Sembrava una specie di concerto silenzioso, fatto di neve esposta al sole. Tutto si scioglieva per scorrere nella stessa direzione.

Prima di alzarsi mi ha chiesto se ci fosse qualcuno. Gli ho risposto di sì, poi ci siamo salutati.


l’abbinamento di Pindaro: Edipo irrisolto

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sopra e sotto

Stamattina il cielo è verde.

Non so se voi lo vedete, in ogni caso la mia non è una metafora.
Mi sono svegliato con una strana sensazione addosso; mi sono alzato, affacciato alla finestra e non ho potuto fare a meno di notarlo. Presuppongo che la sensazione e il colore siano connessi ma, non trovando granché logico il tutto, preferisco interrogarmi su altro.
Cosa potrei (dovrei) farci con un cielo verde?

Il verde è il colore dei soldi (ci sarebbe da puntualizzare ma ne faccio a meno), delle fate e delle streghe, dell’invidia, della giovinezza, della natura e degli abbraccialberi (non vi offendete, sono dei vostri), del desiderio, della speranza, del decadimento e della prosperità. Un colore integro e coerente, proprio come piace a me.
Lui me l’ha detto più volte che non ama essere etichettato ma a noi mortali piace un sacco, invece. Appiccicare e consultare etichette è una pratica che ci appartiene troppo per privarcene.

Sono rimasto a guardare un po’ la scena e a osservare le variazioni di quel colore, dall’orizzonte verso l’alto, fino al mio personalissimo zenit (dietro non ho guardato).

Il verde più lontano da me è scuro, un poco spento eppure vivo, come le foglie di alloro nelle siepi di certe ville, che si opacizzano quando il pulviscolo s’alza dalla ghiaia. Lì ho appiccicato l’etichetta del “non mi sento pronto”.
Subito al di sopra, il colore si carica e vira verso lo smeraldo, schiarisce appena ma non perde nulla della sua incombenza; sembra più tagliente che brillante, a discapito della sua volontà; lo marco come “prepotente ma da ascoltare”.
Più guardo in alto più le sfumature aumentano e l’intensità varia in un modo che, ammettiamolo, è innaturale per un cielo, più del fatto stesso che sia verde. In prossimità delle nuvole il verde schiarisce, muove verso il turchese e sfiora il celeste; poi realizza quanto sarebbe ordinario e subito torna alle tonalità dei prati attorno ai castelli scozzesi; di lì si fa pallido come latte al pistacchio e riprende colore attorno al sole, dove si macula di foglie preautunnali bagnate e qualche inopportuno schizzo di bile.
Io sto lì e non mi basterebbe una fabbrica di Post-it per attaccare un senso a tutti quei verde: “slancio”, “riflessione”, “subito”, “ci vuole più spazio”, “ambizione”, “tè, anche al gelsomino”, “solo se insieme”, “domani, dài, domani”, “da rifare”, “calma”, “ritenta”, “vibra”, “brilla”, “pieno, pienissimo, ricolmo”, “quasi caldo”, “cresci”, “nasci”.

Guardo ancora quel cielo impecettato del senso che ha per me (in fondo, per chi altri dovrebbe averne?) e m’accorgo che la luce al di sotto non ha cambiato colore. I palazzi di Centocelle sono sempre giallo ocra e rosso vorreiesserpompeiano, beige, marrone e panna; qualcuno è verde ma non vale, lo era da prima, ché già aveva velleità di distinguersi.
La luce diffusa resta azzura e fresca come il vecchio cielo a cui m’ero abituato. L’asfalto resta asfalto, le macchine si metallizzano dei soliti toni. Anche le vetrine e le pozzanghere si ostinano a riflettere il celeste quotidiano.

E allora devo essere io che cerco di mettermi sotto a qualcosa d’altro; io che attacco un colore al cielo per incollarci sopra parole.
Ho idea che non potrò farci granché con quest’esperienza. Però è certo che la consapevolezza appena acquisita, lo sfogo avvenuto e le etichette dispensate, non cambiano il colore che vedo.

Sarà il caso che non mi ci abitui ma, oggi, me lo terrò così e vivrò la giornata sotto un cielo verde.

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