Capita che certe visite inattese, anche sgradite, finiscano per lasciarci molto più di quanto non potremmo o vorremmo aspettarci.
Il signor Freud lo sa che non amo le sue improvvisate, ché ha la pessima abitudine di installarsi sul divano e raccontarmi di sé, solo per imboccarmi repliche e osservazioni che muore dalla voglia di analizzare. Sa che mi innervosisce, che mi mette a disagio la consapevolezza di non essere io l’oggetto del suo interesse, che è la pratica dell’analisi in sé, a muovere la sua invadenza. Lo sa, eppure lo fa ugualmente.
Appena prima di suonare il campanello si scarabocchia in faccia quell’odioso, storto sorriso (che non gli appartiene e, ormai lo so, riserva solo ad occasioni del genere) e quando gli apro si proietta in salone, improvvisando una ridicola storiella che dovrebbe giustificare la sua venuta. Che le ragioni addotte siano poco credibili ci arrivate da soli; non penso che Sigmund passi così spesso per Centocelle, soprattutto negli ultimi anni.
Qualunque sia l’origine dei suoi impulsi e la misura della mia indisposizione, dicevo, non ha l’abitudine di frenare queste voglie di protosocialità, né manca mai di dare a vedere quanto la cosa lo diverta.
Oggi però era diverso. Quando ho aperto la porta, mi sono trovato davanti a un sorriso contrito e sincero al contempo. Ha persino aspettato un attimo sulla soglia, prima di entrare. Lenti i passi che l’hanno portato al divano, nessun aneddoto a introdurre la sua presenza.
Gli ho chiesto se non fosse successo qualcosa e ha risposto con vaghezza, senza nemmeno provare a suonare convincente. Non abbiamo mai avuto questo gran rapporto ma certe cose si leggono in volto; stavolta era venuto proprio per me e sembrava preoccupato. Abbiamo parlato, tanto.
Le parole si trascinavano faticosamente dal divano alla mia sedia, da una bocca all’altra, come una fila di formiche stanche. Ogni tanto si fermavano nel mezzo ma quella pausa pareva fiaccarle ancora di più, allora ripartivano.
Non saprei dire in cosa consistesse esattamente quella fatica ma non era tedio; somigliava piuttosto al lavoro di un contadino che semina, smuove, trasporta, suda, parla e combatte con la terra, per portarsi a letto la consapevolezza dei suoi sforzi e la speranza dei loro frutti.
Non vi annoierò con quello che ci siamo detti ma la sostanza è che per la prima volta c’era intesa. Ci capivamo davvero o almeno ne eravamo convinti, che poi forse è lo stesso.
Io mi sono scoperto ad ammettere quello che Sig (a volte mi scappa di chiamarlo così) mi aveva sempre detto, lui a confessarmi la consapevolezza di non essere un aiuto. E questo, lontano dall’essere un paradosso, m’ha aiutato.
Il formicolio della conversazione procedeva ma al centro di quello scambio erano gli occhi; i dubbi evaporavano quieti, le paure permanevano ma si facevano leggère, la volontà sbrigliava la certezza e accoglieva l’imprevedibilità. Persino le tensioni distoglievano lo sguardo dalla loro provenienza e lo volgevano alla destinazione.
Sembrava una specie di concerto silenzioso, fatto di neve esposta al sole. Tutto si scioglieva per scorrere nella stessa direzione.
Prima di alzarsi mi ha chiesto se ci fosse qualcuno. Gli ho risposto di sì, poi ci siamo salutati.
l’abbinamento di Pindaro: Edipo irrisolto